Sorprendersi essere altro

di Moiz Palaci e Renata Angelini

Il silenzio viene in genere associato alla parola e al suono- o meglio, alla loro assenza- e allo spazio da cui questi ultimi emergono, che li rende possibili e nel quale finiscono sempre per essere riassorbiti. Esistono tuttavia altre dimensioni del silenzio totalmente svincolate da parole o suoni, che toccano aree direttamente connesse all’esplorazione del nostro essere, del nostro “volto originario”. Questo silenzio attiene all’immagine che abbiamo di noi stessi, immagine che delinea e regola la gestualità, l’attitudine posturale, il modo in cui ci proponiamo, parliamo, respiriamo. Un’idea di noi che si rivela una fonte di “rumore”: un mormorio potente e ininterrotto che ci abita e si riversa in ogni nostra espressione.
Uno dei compiti più significativi della pratica Yoga sta nel renderci consapevoli del nostro essere in rappresentazione, ma sopratutto sta nel creare momenti durante i quali ci sorprendiamo non essere in rappresentazione. Una fase in cui la recita è sospesa. E che cosa cambia quando la recita si interrompe? Come cambia il modo di comporre i gesti, il tono muscolare nel quale le azioni prendono forma? Come l’organismo risponde all’interruzione dell’idea di sè?
il modo in cui stiamo in piedi durante la pratica è un ottimo campo di apprendimento. Si osserva come raramente i praticanti esprimono la loro vera altezza: si sta in piedi un pò incassati, spesso il capo in avanti, il bacino che subisce il peso del tronco, così come le spalle si adattano alla posizione del rachide e della gabbia toracica. Ogni tentativo di correggere parzialmente la propria soluzione posturale viene facilmente riassorbito dall’insieme. Aprire le spalle senza collegarle a una diversa postura della gabbia toracica, del rachide lombare, del bacino, delle ginocchia e dei piedi, ha vita breve.
Il cambiamento è di natura globale e deve avvenire nell’interezza…
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